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Perché non sono candidato. Il mio impegno per il Pd

Come molti sanno, almeno su FB, non sarò candidato nelle liste del Partito Democratico per le elezioni parlamentari. Continuerò ovviamente fuori dal Parlamento il mio impegno civile e politico, come è accaduto anche in questi anni con la Fondazione Symbola, con Legambiente e con tanti altri. Spero anzi di riuscire a rispondere, almeno in parte, alle proposte arrivate per nuove imprese. Altrettanto ovviamente voterò PD e mi auguro un risultato positivo: sono presenti nelle liste moltissime persone di grande qualità e, se sarà possibile, cercherò di aiutarle nelle prossime settimane. 
Ho rifiutato in questi giorni interviste sul tema delle liste e continuerò a farlo per motivi facilmente comprensibili: è da tempo in corso una dura campagne elettorale e, per dirla con il grande Boskov, “rigore è quando arbitro fischia”. Non posso però evitare, almeno qui, di svolgere alcune considerazioni in risposta alle centinaia commenti e sollecitazioni venuti da ambienti e culture diverse. 
Non voglio fare il naïf né nascondermi dietro un dito: La compilazione delle liste è sempre un passaggio molto difficile e le polemiche sono inevitabili. Il passaggio è tanto più duro quando, come accade per il PD, bisogna mettere in conto una forte diminuzione del numero dei parlamentari. E’ inoltre necessario e saggio garantire un ricambio, che va incrociato con la necessità di fare liste attraenti dal punto di vista elettorale, in grado di produrre gruppi parlamentari capaci di lavorare con efficacia e presidiare i temi chiave. Sono in Parlamento dal 2001 (un sintetico bilancio di questa legislatura è disponibile sulla homepage di questo sito https://goo.gl/XLiAmR ) ed è assolutamente legittimo che si proponga un ricambio se si pensa di poter fare di meglio: nessuno è indispensabile, tanto meno io. Come è assolutamente comprensibile, anche se può non piacere, che il segretario di un partito cerchi di plasmare le liste in maniera a lui più consona. In forme diverse e non certo più lievi, polemiche e forzature ci sono state in tutti i partiti al voto. La politica, come la vita, è spesso dura. Consiglio la visione di due bei film sulla materia: “L’ora più buia” su Winston Churchill che è attualmente nelle sale, e lo straordinario “Lincoln” di Spielberg. Cinismo e durezza devono però essere commisurati alla vera posta in gioco. Oscar Wilde diceva che “solo i superficiali non giudicano dalle apparenze”, penso che la mia esclusione, in particolare, sia in realtà legata a due scelte entrambe legittime. Da un lato la sottovalutazione della frontiera ambientale. Il motivo, tra gli altri, per cui ho partecipato con convinzione alla nascita del PD è stata l’intenzione dichiarata di costruire un progetto in cui ambiente, innovazione, identità positiva del Paese, economia, lavoro, società, territori, diritti, si potessero incrociare e dare forza ad un’Italia che fa l’Italia, che non lascia indietro nessuno e affronta il futuro. Retorica? Per me no. Sono gli stessi motivi che mi hanno spinto, con grande convinzione, a sostenere con tanti altri la leadership di Matteo Renzi. Ero convinto che la sua indubitabile e straordinaria energia vitale potesse essere messa al servizio anche di questa idea d’Italia, che a sua volta poteva dare forza e profondità alla sua spinta al cambiamento. In questa idea di politica e di Italia ecoreati e piccoli comuni, prevenzione e fonti rinnovabili, coesione sociale e Made in Italy, parchi e chimica verde sono chiamate a giocare in serie A e non a partecipare ad un torneo cadetto. Per questo ho lavorato con continuità e intensità, per quanto mi è stato possibile: nella legislatura sono stati ottenuti importanti risultati in Parlamento con l’impegno determinante del PD ma con un sostegno spesso molto più ampio. 
In questi anni la prospettiva della centralità della sfida ambientale si è molto rafforzata nel mondo, sia per l’emergere dei problemi, che per l’evidenza delle opportunità che si aprono con la green economy. Tutti i maggiori leader con l’unica eccezione di Trump, che meriterebbe un ragionamento a parte, si sono mossi, in forme diverse, su questa strada: da Obama a Macron, dalla Merkel a Trudeau a Xi Jinping. Lo hanno fatto non perché sono più “buoni” ma perché ne hanno colto le implicazioni politiche, economiche, sociali, geopolitiche. Matteo e chi gli è più vicino è di fondo convinto che questo tema non sia centrale e non sia pagante dal punto di vista elettorale. Nonostante i miei tentativi, pensa di coprirlo con qualche battuta e qualche allusione sparsa. Ma quel tempo è finito. Ritengo sia un errore grave che indebolisce la capacità di attrazione del Pd e invecchia la sua proposta politica ed economica. 
In più, su di me, ha pesato la convinzione che ogni considerazione, su questi argomenti politici, fosse un attacco alla sua leadership che ho sostenuto anche nelle ultime primarie. Per memoria allego ad esempio tre pezzi che in momenti diversi sono stati considerati negativamente: l’articolo su l’Unità del 1° aprile 2016 in cui annunciavo il mio Si al referendum sulle trivelle; un articolo su Linkiesta del 16 gennaio 2017 in cui ragionavo a partire dalla sconfitta sul referendum costituzionale; l’intervista a Repubblica dell’11 settembre 2017 dopo il lungo contributo di Walter Veltroni sulla sottovalutazione del tema ambientale. E, come aggravante, sono ancora convinto delle cose che lì sostengo.
Per me la lealtà, in politica come nella vita, è molto importante, ma deve essere collegata ad un progetto condiviso e non coincide con la fedeltà. Questi interventi erano atti d’amore per il nostro Paese e per il Pd un aiuto a rafforzare una leadership orientata al futuro. Non ho del resto mai pensato che i cortigiani de “I vestiti dell’imperatore” gli rendessero un buon servizio.
Detto questo per me è assolutamente evidente che un buon risultato del Pd e della coalizione di centrosinistra è essenziale per dare spazio all’Italia che mi sta a cuore. Invito quindi i tantissimi che mi hanno inviato messaggi di stima e vicinanza, annunciando talvolta di non voler più votare il Pd, a ripensarci. Credo sia chiaro a tutti quali sono le alternative in campo e personalmente non sono mai stato colpito, almeno spero, dalla sindrome di Tafazzi.
Ci sarà tempo di discutere in maniera non superficiale a partire da un proverbio africano che dice: “se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano vai insieme agli altri.” È un’indicazione che vale per tutti.


Ermete Realacci


Di seguito l'intervista pubblicata su Repubblica dell'11 settembre 2017


Ermete Realacci: "Per Renzi non è vincente ma i giovani ci lasciano"

Il deputato del Pd e presidente della Commissione Ambiente della Camera: "Purtroppo non è un problema recente, a onor del vero anche lo slogan iniziale di Veltroni è rimasto tale"

di ANTONIO FRASCHILLA

Repubblica, 11 settembre 2017


"Veltroni ha ragione. Nelle assemblee del partito non si parla più di ecologia, Renzi non lo considera un tema vincente e così perdiamo voti, soprattutto tra i giovani". Anche uno degli ultimi ambientalisti rimasti nel Partito democratico, Ermete Realacci, ammette che qualcosa non va.


Realacci, davvero nel partito non si parla più di ambiente?

"Sì, ma questo non è purtroppo solo un problema recente. A onore del vero anche lo slogan iniziale di Veltroni, quando lanciò il Pd come "il più grande partito ecologista d'Europa" è rimasto tale. E, dopo di lui, con Pier Luigi Bersani non è che l'ambientalismo sia stato una vera bandiera dei dem. Adesso però la situazione è peggiorata".


Cosa sta accadendo nel partito? Perché non si parla di ambiente?

"Il vero limite del mio partito, e del suo segretario, è stato non fare dell'ambiente una priorità. La narrazione di Renzi ha perso per strada questo argomento. Secondo me un danno gravissimo, anche dal punto di vista elettorale: l'ambiente ha da sempre attirato il voto dei giovani, che non a caso stiamo perdendo. Quindi dal punto di vista della strategia politica per un partito di sinistra è sbagliato accantonare certi temi".


Lo "Sblocca Italia", la posizione sulle trivellazioni, il ddl Falanga morbido sull'abusivismo. Secondo lei il Pd sta prendendo un'altra strada rincorrendo modelli diversi di sviluppo economico?

"Spero di no. E comunque in questa legislatura per merito del Pd sono state fatte cose importanti, penso alla norma sugli ecoreati, che vede me primo firmatario. Oppure alle leggi sull'eco bonus e sul recupero del patrimonio edilizio, grazie alle quali abbiamo creato 400 mila posti di lavoro in un'economia orientata al rispetto ambiente".


Allora cosa non va in questo Pd?

"Non c'è stata l'assunzione del tema ambientale come un argomento centrale per rilanciare lo sviluppo del Paese e orientare l'economia. Eppure il clima e l'ambiente sono anche una straordinaria occasione per costruire un'economia più a misura d'uomo. Spero che il partito se ne accorga finalmente".


L'articolo de l'Unita, del primo aprile 2016

Trivelle, Realacci: il 17 aprile vado a votare e voterò si

La posizione del parlamentare Pd in un articolo domani su L'Unità

Roma, 31 mar. (askanews) – “Non posso condividere la scelta del Partito Democratico di invitare esplicitamente all’astensione nel referendum del 17 aprile” mentre “capisco la scelta di parte dello schieramento per il “SI” di utilizzare la consultazione, al di là del merito che è diverso e molto più limitato, per spingere il Governo verso politiche molto più decise nel ridurre il ricorso alle fonti fossili, in coerenza con la direzione indicata dalla COP21 di Parigi per contrastare i mutamenti climatici. E per questo motivo voterò sì”.E’ la posizione sul referendum sulle trivellazioni off-shoreespressa da Ermete Realacci (Pd), presidente della commissione Ambiente della Camera, in un articolo che verrà pubblicato domani su l’Unità.Per Realacci “il referendum è uno strumento importante per dare voce ai cittadini, in particolare sui temi ambientali”. “L’iniziativa referendaria avanzata dalle regioni – scrive ancora Realacci – è stata la risposta ad una scelta, a mio avviso sbagliata, fatta dal Governo nello “Sblocca Italia” di centralizzare le scelte in materia di estrazione di idrocarburi, eliminando molti dei vincoli esistenti ed enfatizzando le potenzialità economiche ed occupazionali dell’Italia in questo campo”, una parte dello “Sblocca Italia” dove il “dissenso” di Realacci “non fu consegnato ad un tweet ma illustrato nel dibattito parlamentare”.Secondo il presidente della commissione Ambiente della Camera, la Corte Costituzionale ha poi “ritenuto che le modifiche introdotte nella legge di Stabilità dessero risposta a cinque dei sei quesiti proposti dalle regioni ma non a quello legato ad una norma, che ha origine prima dello “Sblocca Italia”, che permette alle piattaforme esistenti di lavorare fino all’ esaurimento del giacimento”. In questo senso è “sbagliato e perdente non riconoscere che l’iniziativa referendaria ha giàavuto sostanzialmente successo, che le questioni principali sono state risolte, che abbiamo oggi un sistema di norme tra i migliori del mondo” mentre “sarebbe stato al tempo stesso ragionevole, come avevo pubblicamente chiesto, che il Governo venisse incontro anche a questo ultimo quesito. Ma non è stato fatto”.Guardando allo scenario più generale, Realacci prosegue segnalando come “non si affronta la sfida ambientale senza un’idea più generale di futuro. Un’idea che stia in campo e parli a tutto il Paese”.“Aveva ragione, molti anni fa, lo sceicco Yamani, ministro saudita del petrolio, quando sosteneva che l’età della pietra non era finita per mancanza di pietre e l’età del petrolio non sarebbe finita per l’esaurirsi dei pozzi (e certamente non per la chiusura di qualche piattaforma), ma per la tecnologia, che è il vero nemico dell’Opec. Dobbiamo e possiamo oggi porci obiettivi ambiziosi, proprio perché sono praticabili e non velleitari – conclude Realacci -. Questo richiede coerenza da parte di tutti. Sicuramente il Governo deve darsi una nuova politica e rivedere una Strategia Energetica Nazionale nata vecchia, superata dai fatti e assolutamente inadeguata alle sfide che ci attendono”.


Di seguito il link all'articolo de Linkiesta del 16 gennaio 2017

http://www.linkiesta.it/it/article/2017/01/16/lambiente-dimenticato-il-piu-grave-errore-del-pd-di-renzi/32948/

Pubblicato il 31/1/2018 alle 16.20 nella rubrica Diario.

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