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Trivellazioni offshore, sul rischio di fuoriuscite di greggio il governo che fa?

  Interrogazione parlamentare scritta  

Al Ministro per lo Sviluppo Economico
Al Presidente del Consiglio dei Ministri
Al Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare
 


Per sapere premesso che 
 
      nello scorso aprile 2010 una falla alla piattaforma petrolifera Deepwater Horizon situata al largo della Louisiana, ha causato la fuoriuscita di greggio, riversando in oceano milioni di litri di petrolio greggio ogni ora e causando un disastro ambientale senza precedenti. 

      i danni ambientali tutt’ora incalcolabili;

      la British Petroleum, come affermato da diversi organi di stampa, ha pagato negli anni scorsi decine di milioni di dollari di danni per non avere rispettato le regole e le misure di sicurezza, promettendo ogni volta di modificare il proprio atteggiamento. Inoltre risulta che anche il Governo statunitense è stato informato tardivamente dell’emergenza;

      nel nostro Paese, attualmente, oltre alle 66 concessioni di estrazione petrolifera offshore con pozzi già attivi, sono in vigore 24 permessi di esplorazione offshore, soprattutto nel medio e basso Adriatico a largo di Abruzzo, Marche, Puglia e nel Canale di Sicilia. L'area delle esplorazioni supera gli 11.000 kmq, una superficie assai maggiore di quella che attualmente ospita pozzi operativi: poco meno di 9.000 kmq;

      lo scorso anno il Ministero dello Sviluppo Economico ha pubblicato delle mappe con le aree in cui si richiede l’autorizzazione per esplorazioni petrolifere. Le mappe dimostrano un forte incremento delle richieste di trivellazioni esplorative soprattutto al largo di Abruzzo, Marche, Puglia, Calabria, versante ionico e nel Canale di Sicilia. La superficie complessiva non è nota, ma si può stimare che sia almeno il doppio di quella in cui le ricerche sono già state autorizzate;

      la qualità del petrolio italiano off-shore  è di pessima qualità perché bituminoso con un alto grado di idrocarburi pesanti e ricco di zolfo, praticamente simile a quello albanese che non ha portato nessuna ricchezza al loro territorio;

      il prodotto di scarto da petrolio bituminoso è il pericolosissimo idrogeno solforato (H2S) dagli effetti letali sulla salute umana, anche a piccole dosi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda di non superare 0.005 parti per milione (ppm), mentre in Italia il limite massimo previsto dalla legge è pari a 30 ppm : ben 6000 volte di più. In mare addirittura non ci sono limiti previsti nel nostro Paese;

     in Italia, inoltre, le royalties dovute allo Stato per l’attività estrattiva sono tra le più basse al mondo pari al 4% della quantità estratta. Annualmente i primi 300.000 barili di petrolio costituiscono poi titolo di franchigia gratuita. Ciò significa che sono oltre 800 i barili di petrolio gratis che ogni giorno andrebbero alle compagnie petrolifere;

     l’associazione ambientalista Greenpeace denuncia in uno studio che le attività esplorative oltre che da società multinazionali come Eni, Edison e Shell, potrebbero essere svolte da piccole imprese di piccola entità (anche con soli 10.000 euro di capitale sociale) che, difficilmente, in caso di incidente disporrebbero di adeguati strumenti e risorse economiche necessario ad intervenire in caso di emergenza;

     il Mediterraneo, bacino di estrema fragilità biologica, è quotidianamente minacciato dall’eccessiva antropizzazione, dalla cementificazione delle coste, dalla pesca, soprattutto, dall’inquinamento. Il trasporto marittimo di petrolio greggio e l’aumento dell’attività estrattiva rappresentano uno dei principali e più preoccupanti rischi per il Mare Nostrum, sia per il forte rischio di incidente, con conseguente sversamento di prodotti oleosi e inquinanti in mare;


     il Mar Mediterraneo conta già la più alta percentuale di catrame pelagico al mondo pari a 38 milligrammi per metro cubo. Le compagnie petrolifere hanno poi bisogno di speciali “fluidi e fanghi perforanti” per portare in superficie i detriti perforati. Questi fanghi sono tossici e difficili da smaltire. Lasciano, infatti, tracce di cadmio, cromo, bario, arsenico, mercurio, piombo, zinco e rame: elementi pesanti nocivi e che si bioaccumulano nel pesce che mangiamo;

     le attività di perforazione e produzione di petrolio dal fondo marino contribuiscono per il 2% all’inquinamento marino. Questo 2% va sommato al 12% dovuto agli incidenti nel trasporto marittimo, si aggiunge il 33% del totale per operazioni sulle navi relative a carico e scarico, bunkeraggio, lavaggio, scarichi di acque di sentina o perdite sistematiche, che porta al 45% l’apporto complessivo di inquinamento dovuto a perdita dalle navi;

quali risorse tecniche e obblighi legislativi sono stati messi in campo dai Ministri interrogati per fronteggiare una possibile emergenza ambientale dovuta ad un incidentale fuoruscita di petrolio off-shore ; quali sono gli obblighi di tempestiva comunicazione alle Autorità civili per affrontare l’emergenza, stante anche la logica di profitto seguita dalla società BP nel comunicare in ritardo il disastro ambientale che si stava consumando nel Golfo del Messico; quali sono gli intendimenti del Governo per far fronte alle crescenti richieste di esplorazione petrolifera nelle acque territoriali e nella zona economica esclusiva italiana nel bacino del Mediterraneo e se non si ritenga opportuno introdurre  una normativa ad hoc per la tutela della salute umana nelle attività di estrazione off-shore e per la tutela della fauna marina nelle aree interessate al pompaggio di petrolio greggio.
 

Roma, 7 giugno 2010
Ermete Realacci



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Sono nato a Sora (FR) il primo maggio 1955 e vivo a Roma. Ho guidato fin dai primi anni Legambiente, di cui sono tuttora presidente onorario. Ho promosso e presiedo Symbola, la Fondazione per le qualità italiane... biografia completa
 
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